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lunedì 27 maggio 2013

“The Key”: metal made in Italy firmato Amaze Knight.

Amaze Knight - The Key

A cura di Lucia Muolo.
I torinesi Amaze Knight nascono nel 2010 da un’idea di Christian Dimasi (chitarra) e Michele Scotti (batteria) ai quali si aggiungeranno poi Fabrizio Arseglio (voce) e Matteo Cerantola (basso): l’idea di fondo, e motivazione principale, è l’amore per la musica, la voglia di creare un contenitore di esperienze, musicali e non, differenti tra loro.
Solitamente, quando mi viene proposta la recensione di un album, la prima cosa che spontaneamente mi viene da fare è cercare in che modo la band/artista stesso si “etichetti”, a che genere senta di appartenere insomma: in questo caso, non ci sono riuscita. Ho poche notizie sulla band e ancora meno sul lavoro che propongono, però a primo impatto mi colpisce che nelle loro influenze musicali, diverse e molto interessanti, tutti i componenti abbiano inserito i Dream Theater. Ne rimango colpita positivamente, da fan sfegatata quasi scappata di casa a 16 anni per andare a sentirli live. Dall’altra parte inizio a temere, prima di ascoltare l’Ep, che ne siano la brutta copia, come troppe ne ho sentite, tutta tecnica e niente anima. Ma l’unico modo per scoprirlo è ascoltare, ascoltare e ancora ascoltare. Decido di seguire la tracklist così come mi viene presentata. Parto con Imprisoned (Shadow’s Past) e con un’espressione che non è proprio un francesismo, che ometto perché sono pur sempre una signorina, mi faccio la prima idea di loro: sono bravi, precisi, potenti. Ma in questo brano non sono solo questo, c’è una struttura compositiva complessa e studiata, delle tastiere sognanti tipiche del miglior rock psichedelico anni '70 e il classico ritornello che ti si stampa in mente dopo il primo ascolto.
I torinesi Amaze Knight

Passo avanti, ecco Restless Soul: il brano è in crescendo, è come se i suoni si sviluppassero per aprire a qualcosa di più forte. Ben eseguito (non potrebbe essere diversamente, visto il calibro dei componenti), ma non quello che più mi entusiasma. Una nota a sfavore di questo prodotto potrebbe essere la lunghezza dei brani, che per gli ascoltatori non appassionati del genere possono sembrare troppo. La terza traccia è, per me, il brano della “morsa allo stomaco”: Heartless è la ballad per eccellenza, delicata e malinconica, intensa e sognante. E’ come se il filo rosso, sempre tesissimo nei primi due brani dai ritmi granitici e serrati, venisse spezzato di colpo. Una voce delicata accompagnata da sonorità quasi disperate. Non so cos’altro dire, è magnifica, punto. A fare da preludio all’ultima traccia c’è Liberation (The reflection), brano dove sono evidentissime le influenze del gruppo già citato, sono quasi dei richiami. Prog metal vivido e preciso, una ghiotta occasione per mettere in luce la notevole preparazione del tastierista. Interessante e arguto legare tematicamente due dei brani presenti in tracklist, quasi a volerne trarre un concept album.

La chiusura è affidata al “sequel” di Liberation, al quale qui si affianca (A new day). E proprio questa specificazione sembra un sospiro di sollievo, una promessa a se stessi, un guardare avanti. La classicità del pianoforte in apertura, pulito e “sincero”, è una goduria anche per le orecchie del metallaro più rude. L’atmosfera che si crea dopo invece, è rarefatta e cavalleresca per aprirsi ad un alba musicale, ad un'aquila che spicca il volo…al lieto fine. Il lavoro è sicuramente impeccabile dal punto di vista tecnico, una sintesi studiata e precisa di stili differenti che non vanno a scontrarsi ma a mescolarsi sapientemente, una qualità non indifferente nella produzione e tanto, tanto amore per la musica. I pochi, pochissimi (in confronto all’apprezzamento per il lavoro), “punti negativi” credo di averli esplicati durante la recensione. Non mi resta che consigliarlo agli appassionati del genere: questo Ep merita, tanto.